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Quaresima di fraternità 2010

HAITI - L’APOCALISSE DEI POVERI 

NON POSSIAMO STARE A GUARDARE 




Ad Haiti, la metà infernale dell’isola caraibica di Hispaniola, il male si è aggiunto al male, un terremoto di proporzioni apocalittiche ha devastato un Paese che era già in ginocchio, un Paese dove un bambino su tre muore prima dei 5 anni e la speranza di vita non arriva ai 46 anni. Haiti viene chiamato «il Paese suicida», la malebolge delle Antille dove si avvicendavano carestie, guerre civili, epidemie, uragani capaci di spazzare via il fragile tessuto delle città. L’80 per cento del popolo haitiano vive nell’indigenza più assoluta.
Haiti è il Paese dei bambini e dei ragazzi. L’età media è di soli sedici anni. Dopo il terremoto è anche il Paese degli orfani. Quei pochi orfanotrofi esistenti rimasti in piedi sono strapieni. Centinaia di migliaia di bambini, ragazzi, adolescenti si aggirano per la capitale soli, disperati, alla ricerca di cibo.


Torino, 15 gennaio 2010 
Carissimi amici,
vi trasmetto la testimonianza diretta raccolta dai nostri missionari che ci hanno raggiunto per telefono, una prima volta mercoledì mattina alle ore 10 e una seconda volta giovedì pomeriggio alle ore 17.
Il terremoto che ha devastato Haiti, e in particolare la capitale Port-au-Prince, ha lasciato dietro di sé solo cumuli di macerie, tantissimi morti, feriti, persone disperate.
La nostra missione, con il suo ospedale, gli ambulatori, il centro nutrizionale, il centro per handicappati, la scuola, non è crollata.
Sia l’ospedale che la scuola hanno retto bene: sono lesionati i muri ma le costruzioni sono in piedi.
All’interno dell’ospedale la violenza del terremoto ha distrutto buona parte dei mobili e delle strumentazioni, basti pensare che la poltrona dentistica è stata divelta e gettata contro il muro dalle violente scosse. 
Un container è già partito, altri partiranno la prossima settimana. 
I fondi che riceveremo saranno utilizzati per i primi interventi e per la ricostruzione. 


Torino, 21 gennaio 2010 
Carissimi amici e amiche delle Missioni Camilliane e di Haiti in particolare, con queste poche righe, oltre a queste ultime notizie, desidero esprimervi il profondo ringraziamento e gratitudine della Comunità Camilliana per quanto avete donato a favore del popolo di Haiti, in particolare per la nostra missione che opera dal 1995 tramite il proprio Centro sociosanitario Foyer Saint Camille.
In questi giorni abbiamo sentito la presenza e la vicinanza di tante persone che ci danno la forza per continuare a sperare che questo popolo possa risollevarsi.
Attraverso il vostro contributo stiamo riuscendo ad avviare i primi interventi verso la gente di Haiti, che piange i suoi morti e che ha perso tutto ciò che aveva. Nel tempo riusciremo a canalizzare l’intervento per una più ampia ricostruzione, ma ora operiamo nell’emergenza, che stiamo riuscendo a fronteggiare anche grazie al vostro sostegno.
Dicevo nel mio precedente commento che Dio è presente ad Haiti non con la sua onnipotenza e i suoi miracoli (anzi, semmai con la sua fragilità!) ma con la presenza e il coinvolgimento di tanti uomini, donne e bambini che in questa occasione hanno concretamente dimostrato che nel mondo non c’è solo male ma, anzi, che il bene è sovrabbondante e che nel cuore di ogni uomo è vivo e vitale un grande tesoro di fraternità di compassione e di amore. Nelle catastrofi e nei momenti in cui l’umanità sperimenta il proprio limite e la propria fragilità, e alle volte malvagità, creaturale, l’essere umano sa esprimere il meglio di sé.


Haiti - Foyer St.Camille, 1 Febbraio 2010: oggi una bella notizia!
Il container attraccato a Santo Domingo è giunto integralmente a Port au Prince e oggi cibo e medicinali in esso contenuti sono al nostro ospedale Foyer St.Camille!  
Lo scenario della sanità a Port au Prince in questa fase attuale e per il futuro sembra delinearsi con chiarezza. La prima ondata caratterizzata da una aumentata richiesta di interventi chirurgici legati al politrauma (amputazioni, fissazione di fratture, ustioni) lascerà il posto alla convalescenza ed alla cura post operatoria, spesso molto complicata e dispendiosa. Per molti potrà essere un continuo calvario se le grandi organizzazioni dovessero andarsene senza assicurare la strutturazione di un efficace sistema sanitario in Haiti. L’assitenza post operatoria (convalescenza) dovrà sfociare nella riabilitazione, particolarmente impegnativa per l’elevato numero di amputati e di traumatizzati. In queste settimane molti  giovani ed adulti (nonché bambini) sono stati ricoverati da noi ed hanno subito interventi chirurgici che necessitano di adeguata riabilitazione, al fine di evitare un grande numero di futuri disabili, le cui condizioni di vita non potranno che contribuire a perpetuare l’eterno circolo della povertà. Infine, malattie epidemiche, spesso legate strettamente alla condizione sociale ed al grado di povertà, torneranno a farsi vive. 
Padre Antonio Menegon


QUARESIMA - Vincere l'ostentazione 
La gratuità nasce ai piedi della croce
 
Nel Vangelo del giorno delle Ceneri (Mt 6,1-6.16-18) ritornano alcuni temi e passaggi che costituiscono un invito, quest’anno, a vincere l’ostentazione, un male che sembra diffondersi nella nostra società. Il Vangelo ricorda, infatti, di “praticare la giustizia” come un valore in sé, non strumentale ad alcuni fini da raggiungere. Così pure Matteo richiama il valore dell’elemosina/carità come un gesto che ha in sé la ricompensa, anziché attendere una riconoscenza. Ancora. Matteo applica anche alla preghiera l’aspetto della riservatezza, non solo nei luoghi e nelle parole, ma anche nei gesti. Infine, l’evangelista parla del digiuno, della rinuncia come un luogo per recuperare la consapevolezza di essere liberi e non di essere lodati.
Questi quattro luoghi – la giustizia, il dono, la preghiera, il digiuno – sono i luoghi più comuni del vivere nei quali deve emergere uno stile di vita del cristiano, che vince la superbia, l’individualismo, lo spettacolarismo. Proprio dalla Quaresima, ricordando che siamo “polvere”, viene un invito forte e chiaro a vincere l’ostentazione. L’ostentazione emerge tutte le volte che si sposa il formalismo o il narcisismo, nelle relazioni, nelle parole e nei gesti; lo ritroviamo nella politica, quando lo spettacolo o l’effetto ha più importanza rispetto ai problemi, alla verità delle cose; ricompare ogni volta che vince la prepotenza e l’oppressione; non è distante dai luoghi dell’ingiustizia e dello sfruttamento, che si ripetono e si giustificano ogni giorno; cavalca il pregiudizio e la discriminazione: cerca dei nemici tra le persone, alimenta lo “stigma”; sposa forme “snob” di consumo che si accompagna agli sprechi. Insomma, tutte le volte che si dimenticano il limite,l’alterità, la giustizia nei rapporti con Dio e con l’uomo cresce l’ostentazione, quasi una forma di paura di Dio e dell’altro, la dimenticanza del valore delle relazioni. 
Per vincere l’ostentazione occorre anzitutto – è ancora il Vangelo a ricordarlo – ritrovare la paternità di Dio, sentirci a casa in mezzo alle persone, costruire la fraternità “tra cristiani e non cristiani” (Gaudium et Spes 84). La fraternità cresce quando cresce l’universalismo dei diritti, quando cresce la ricerca del superamento delle disuguaglianze, quando non si accetta lo sfruttamento, quando si ama la città, facendo nostre “le attese della povera gente” (Giorgio La Pira). La fraternità cresce nel dono, nella condivisione che aiuta a superare le differenze, le distanze e accompagna l’incontro, spesso difficile, con chi è nuovo o viene da lontano, con chi fa fatica, con chi soffre, con chi è solo. La fraternità cresce nella preghiera semplice, anche distante dai grandi eventi, con “i mezzi poveri”, con gesti semplici (Vittorio Bachelet). 
Nel documento dopo Palermo – “Con il dono della carità dentro la storia” (1996) – i vescovi italiani, delineando un’immagine esemplare di Chiesa, ricordavano, tra i diversi tratti, quello di “una Chiesa che celebra la liturgia con canti festosi e gesti semplici, ma significativi” (n. 2). La fraternità cresce nel sacrificio, nella capacità di rinunciare come il gesto di chi sa attendere, di chi sa non dare valore assoluto alle cose, di chi conosce il valore della povertà e della gratuità, da costruire con fatica ogni giorno. 
La Quaresima di quest’anno diventa allora un percorso, un cammino educativo per ricostruire la fraternità ai piedi della croce, con Maria e Giovanni, ogni venerdì, e che si conclude nella Veglia pasquale, nell’Exultet, nella gioia di aver saputo ritrovare il senso e il valore di ogni cosa, insieme. È un percorso che dalla paura e dalla diffidenza porta all’incontro; è un percorso di nuova “advocacy”, di tutela dei diritti di tutti; è un percorso di lotta alla povertà e di condivisione. È un percorso di carità, sostenuto dalla verità di una Storia guidata, la storia di Gesù, che ritrova il suo valore anche nella contemporaneità. Oggi come ieri. In questa Quaresima. 
 
Giancarlo Perego - Direttore nazionale Migrantes